venerdì 21 novembre 2008

Il cielo bianco lattiginoso di novembre e la sensazione d'immaterialità che ne consegue, rendono esplicito sin dal risveglio il carattere negativo che contraddistingue l'esistenza degli abitanti dell' Emilia.

Il fatto che ci si trovi in una delle regioni più ricche e produttive d'Europa, con tassi di occupazione che superano il 70%, principale nodo commerciale e turistico della penisola italiana, non cambia di molto le cose. I dati non hanno mai aiutato la gente a resistere al bianco latte di questo cielo, nè insegnato loro a gestirlo. Era troppo presto per iniziare una giornata oppure un racconto. Non mi sentivo riposata, ma fui in grado di trascinarmi in cucina alla ricerca di acqua, che era il motivo per il quale all'improvviso mi ero ritrovata sveglia, alle sette a quaranta del mattino.

Mio fratello, sulla soglia della sua stanza, si beveva il suo caffè e si preparava per andare a lavoro. Mi guarda arrancare mentre percorro il corridoio. abbozza un sorrisino spietato con l'aria di chi ne sa a pacchi più di te perchè è nato undici anni prima quindi ha già maturato una quantità media di esperienza tale da permettergli di guardarti con l'aria di chi ne sa a pacchi più di te perchè è nato undici anni prima. Appoggiato con un fianco al muro, porta alla bocca una tazzina di caffè. Il suo volto trapelava incertezza, forse per eccesso di parole solo pensate e non dette, forse perchè sono solo le otto del mattino e nessuno si sente mai riposato a quest'ora, tranne il mio coinquilino, che pare morto talmente sembra sano e sveglio alle otto del mattino. Ottenuta con il silenzio, la sua incertezza mi pare un buon risultato. Lo osservo ancora, decido di divertirmi un po': prendo il barattolo del caffè dal mio stìpo, riempio il dosatore, attendo che la macchinetta per espresso si scaldi, premo il tastino luminoso, attendo che eroghi la dose, ripremo il tastino non più luminoso, spengo la macchinetta e mi dirigo sulla soglia della mia stanza, appoggiato con un fianco al muro. Lui asciuga le tazzine con il panno, le ripone con cura al loro posto, si volta, esce dalla cucina, entra in camera sua, si infila il cappotto, prende il portatile e i suoi progetti, chiude la porta della sua stanza, si volta, percorre il corridoio fin quando scorge me, che emulo le sue posizioni inaugurali: appoggiata con un fianco al muro, porto alla bocca la tazzina del caffè con la mano destra, e tengo in mano il piattino con la sinistra. Lo osservo arrancare e lo guardo con l'aria di chi non ne sa un cazzo del mondo, e non vuole saperne perchè dal mondo tenta di rifuggire quotidianamente, senza remore, e può permettersi di guardarti con l'aria di chi non ne sa un cazzo del mondo e non vuole saperne perchè dal mondo rifugge. Lui è attonito. Io lo fisso attentamente per qualche istante. Poi, distolgo lo sguardo, bevo il caffè, poggio la tazzina sul piattino, mi avvicino a lui, lo riguardo attentamente per poi voltarmi e  proseguire per la cucina dove ho sciacquato e riposto la tazzina con il relativo piattino.  Lui è uscito ed ha sbattuto la porta con cura.

venerdì 2 maggio 2008

Caligola aveva la statura alta, il colore livido, il corpo mal proporzionato, il collo e le gambe estremamente gracili, gli occhi infossati e le tempie scavate, la fronte larga e torva, i capelli radi e mancanti alla sommità della testa, il resto del corpo villoso. Per queste ragioni, quando passava, era un delitto, punibile con la morte, guardarlo da lontano o dall'alto o semplicemente pronunciare, per un motivo qualsiasi, la parola capre. Quanto al volto, per natura orribile e ripugnante, si sforzava di renderlo ancora più brutto studiando davanti allo specchio tutti gli atteggiamenti della fisionomia capaci di ispirare terrore e paura. La sua salute non fu ben equilibrata né fisicamente né psichicamente. Soggetto ad attacchi di epilessia durante la sua infanzia, divenuto adolescente, era abbastanza resistente alle fatiche, ma qualche volta, colto da un'improvvisa debolezza, poteva a mala pena camminare, stare in piedi, riprendersi e sostenersi. Lui stesso si era accorto del suo disordine mentale e più di una volta progettò di ritirarsi per snebbiarsi il cervello. Si crede che sua moglie Cesonia gli fece bere un filtro d'amore, ma che ciò lo rese pazzo. Soffriva soprattutto di insonnia e non riusciva a dormire più di tre ore per notte e nemmeno in tranquillità, perché era turbato da visioni strane. Una volta, tra le altre, gli sembrò di trovarsi a colloquio con lo spettro del mare. Così, generalmente, per buona parte della notte, stanco di vegliare o di stare sdraiato, ora si metteva seduto sul suo letto, ora vagava per gli immensi portici, attendendo e invocando il giorno. 

mercoledì 21 novembre 2007


Non tutti i maschi si riuniscono nello stesso luogo o nello stesso momento.

Non è facile per una femmina valutare chi è il migliore. 

In alcune specie è vantaggioso accoppiarsi con un solo maschio, ma il fenomeno è limitato.

Di solito la femmina va in cerca di amanti. Non è una questione di sesso ma un modo per influire sul processo riproduttivo: le femmine non si limitano all'accoppiamento, 

desiderano un ottimo corredo genetico.


Le copulazioni forzate non sono frequenti, tuttavia i maschi tentano spesso di violentare le femmine. Ciò non ha attinenze con la riproduzione: la femmina si libera dello sperma. 

La violenza non feconda l'uovo.


Ad alcuni maschi non interessa fecondare le femmine: penetrano un altro maschio fino ai testicoli rivali.

Ogni maschio violentato abuserà di altri maschi.


Il cannibalismo sessuale vede sopraffatto il maschio che accetta il pericolo pur di trasmettere il seme: dopo il rituale amoroso la femmina lo divora, avanzando solo le ali.


Una particolare specie di ragno muore subito dopo l'accoppiamento.

Il suo organo resta all'interno della femmina per impedire ad altri di deporre il proprio seme dentro di lei. Uno scambio di favori.


In altri casi la femmina uccide il proprio compagno. Lo confonde con una preda qualsiasi. 

Per errore.


Esiste un parassita ittico che attende l'accoppiamento per fondersi con l'amata.

Per sempre, nell'intestino di un pesce.